novembre 16, 2017 - Museo MADRE

(@mined_oud) La prima mostra personale in un’istituzione pubblica italiana dell’artista americano Darren Bader

(@mined_oud) - gioco di parole che deriva dalla lettura in senso contrario dell’indirizzo email dell’artista e che propone un’assurda sinestesia fra il nome di un’essenza orientale, l’allusione all’esaurimento di un filone minerario e l’apparente generazione di un palindromo - è il titolo della prima #mostra personale in un’istituzione pubblica italiana (inaugurazione: venerdì 13 ottobre 2017, ore 19.00) dell’artista americano #darrenbader (Bridgeport, CT, 1978), uno dei più sperimentali artisti internazionali delle ultime generazioni. Al MADRE l’artista trasforma il tradizionale dispositivo della #mostra personale in uno strumento plurimo e molteplice di analisi dei modelli con cui le opere d’arte sono recepite e mediate nello spazio-tempo istituzionale. Le opere e gli interventi grafici di Bader sono inseriti nel percorso della collezione costituendo una vera e propria, anche se volutamente quasi non percepibile, “mostra nella mostra” formata da una serie di esche disseminate in un allestimento a “camouflage” che, nella sua articolazione complessiva, esprime un punto di vista ellittico, denso di cortocircuiti ironici e giochi linguistici sulle singole opere, sui temi affrontati, sulle logiche d’allestimento, comunicative e didattiche, sugli statuti stessi della collezione e dell’identità museale contemporanea. L’intervento sfumato, intricato dell’artista, è concepito come un gioco sottile per il visitatore, che include anche un invito ad esporre indirizzato a una serie di altri artisti, le cui opere saranno presentate, insieme a quelle di Bader e a quelle entrate in collezione. Sarà presentato anche un gruppo di altri lavori, spesso minimi, di natura trasformativa o performativa, o destinati al pubblico digitale. Fin dal titolo, con l’apposizione del simbolo “@” e delle parentesi, l’artista stabilisce un primo piano puramente digitale di senso e di esperienza della #mostra che, fisicamente, si disperde e si integra con il percorso di visita della collezione del #museo, rifiutando quindi un baricentro rigido e privandosi di un’immediata riconoscibilità, per porsi invece in relazione con le identità, le pratiche, le opere degli artisti in collezione. Esplorando i meccanismi di funzionamento dell’immaginario contemporaneo, di cui fa affiorare le estetiche collidenti, ed intervenendo in aree del #museo fra loro non direttamente collegate (Project room, piano terra; cortile; secondo piano) Bader rimette in discussione la concezione di cosa si considera “arte”, “opera”, “mostra”, “museo”, proponendo una serie di domande sui valori, sui criteri, sui meccanismi di pensiero e sulle logiche comunicative proprie del sistema dell’arte contemporanea. Bader si definisce uno “scultore”: la sua pratica consiste nel mettere insieme elementi complementari quali oggetti di consumo, parole, immagini, animali, persone. Elementi disparati di realtà che generano relazioni al contempo concrete e immaginarie, reali e fictional. Come scrive Luca Lo Pinto nel libro d’artista che accompagna questa #mostra, Bader “pianifica degli speed dates che talvolta si trasformano in matrimoni. Fa sbocciare l’amore tra due innamorati che non sanno di esserlo. Non crea, edita. Non produce, seleziona. Non rappresenta, mostra”. Bader priva di senso e al contempo aggiunge nuovi livelli di comprensione ed introspezione ad opere, oggetti e descrizioni possibili, o spesso impossibili, e riesce a rendere singolare una pratica il cui significato va ricercato nella calibrata inclusione di tutti i componenti del sistema dell’arte: opera, artista, gallerista, collezionista, visitatore di mostre, lettore di cataloghi. In questo senso la pratica di Bader può essere analizzata in termini “informatici” (come scrive, nel nuovo libro d’artista, Andrea Norman Wilson): essa scinde e riaccoppia il sistema interno dell’opera (la sua componente estetica) e la struttura esterna, o “back end”, che la gestisce e condiziona (il sistema dell’arte stesso). Se in un passato non troppo lontano il “back end” del lavoro di un artista era costituito, per esempio, dalla capacità dell’artista stesso di pestare il giusto pigmento di polvere per creare il colore più adatto alla restituzione del reale in un dipinto, negli ultimi quarant’anni quel “back end” si è trasformato nella capacità del sistema dell’arte di far divenire qualsiasi cosa un’opera d’arte. Attraversando un discorso iniziato dai seminali ready-made di Marcel Duchamp e poi, fra gli anni Sessanta e Settanta, dalle critiche al sistema dell’arte proprie dell’institutional critique, Bader dichiara che gli aspetti della produzione artistica alla base di quegli assunti sono ormai così palesi, indagati ed artisticamente espressi, anche in termini di decostruzione o denuncia frontale, che il passo successivo è non più la critica o la messa in scacco del sistema dell’arte, ma la sua positiva accettazione, consapevole incorporazione, narrazione condivisa. Bader dimostra così che la compartecipazione di tutta la serie degli attori che compongono questo sistema non può che generare, insieme a un’ulteriore inclusione di fattori e spunti mutuati da media onnipresenti, un valore accrescitivo dell’arte, al tempo della sharing economy. La pratica di Bader è basata sull’inclusione e la condivisione dell’opera, che diviene spesso una creazione multi-autoriale o una forma di “intelligenza collettiva”. Per questo, accanto alla presentazione di proprie opere, l’intervento di Bader al MADRE include interventi linguistici su alcune didascalie a muro di opere in collezione, i cui contenuti sono reinventati dall’artista, e l’invito a far parte del suo progetto espositivo rivolto a una serie di altri artisti, le cui opere saranno presentate nel percorso della collezione costituendovi una vera e propria “collezione nella collezione”: Lucas Ajemian, Kai Althoff, Francesco Arena, John Armleder, #darrenbader, Eli Begen, Nina Beier, Monica Bonvicini, Gregorio Botta, Paolo Bresciani, Sol Calero, Antoine Catala, Maurizio Cattelan, Matthew Cerletty, Maria Adele Del Vecchio, Eugenio della Croce, Amelia Diacono, J.W. Dibbi, Alberto Di Fabio, Gerardo Di Fiore, Roe Ethridge, Pierpaolo Falone, Sergio Fermariello, Ilaria Fincantieri, Urs Fischer, Anselm Fuchs, Ganzbrot Kollektiv, Jef Geys, Eugenio Giliberti, Judith Goudsmit, Leila Heidari, Corin Hewitt, KAYA (Kerstin Brätsch-Debo Eilers-Kaya Serene), Barbara Kasten, Mark Kokopeli, Runo Lagomarsino, Greta Lauber, Mark Leckey, Sherrie Levine, Pietro Lista, Emilio Mazzerano, John McCracken, Alessandro Mendini, Aurelie Messerin, Jonathan Monk, Alvise Monserrato, Anca Munteanu Rimnic, Marcella Musacchi, Katharina Sieverding, Michael E Smith, Heji Shin, Martine Syms, Rosemarie Trockel, Elio Washimps, John Wesley, Christopher Williams, Micheal Zahn.


Darren Bader. (@mined_oud)

Project room (piano terra), cortile, secondo piano

14 ottobre 2017-2 aprile 2018

MADRE-Museo d’arte contemporanea Donnaregina

via Settembrini 79, Napoli

A cura di Andrea Viliani, con Silvia Salvati e Anna Cuomo